Consigli dei terapeuti
La rete invisibile: una guida per le famiglie dalla voce di un operatore in prima linea.
Capire, sostenere, accompagnare: sono le parole che guidano il lavoro di Marco Ameglio. In questa intervista dà voce a un punto di vista che spesso resta invisibile, quello delle famiglie. Perché quando una persona cade nella dipendenza non ne soffre mai da sola, e perché la dipendenza è una malattia, non una colpa: come ogni malattia, ha bisogno di cura.
Marco Ameglio.

Con oltre vent’anni di esperienza nel campo delle dipendenze, è oggi responsabile di percorsi di mantenimento e gruppi di reinserimento per ex-pazienti.
Il percorso di cura: la riabilitazione è un passaggio, non un arrivo.
«All’inizio è uno shock. Molti la vivono come una punizione», racconta Marco. Ma col tempo il percorso riabilitativo diventa un rifugio, un’opportunità per riprendere in mano la propria vita. L’elemento decisivo è proprio il tempo: non esistono tempi standard. «Non conta quanto tempo resti, conta la trasformazione che riesci ad attivare.»
Il momento più delicato è il "dopo": fuori non ci sono le regole né il contenimento della comunità, ed è lì che si gioca la vera partita.
Per questo esistono percorsi di reinserimento graduale - appartamenti protetti, gruppi di mantenimento - dove si riparte da lavoro, relazioni sane, emozioni da affrontare senza sostanze. La comunità non è un punto di arrivo, ma un passaggio in un processo più ampio, che continua nel lavoro con la famiglia e nella costruzione di una nuova normalità.
La vera sfida è il legame con la sostanza.
«Le sostanze sono tutte uguali. Non è la sostanza in sé, ma il legame che la persona costruisce con essa.» La più insidiosa, per Marco, è l’alcol, non per la farmacologia, ma perché «è ovunque, accettato, celebrato. Per molti ragazzi è difficile persino immaginare una socialità senza bere. E questo rende tutto più pericoloso» spiega. L’alcol, infatti, agisce come un disinibitore: spegne le emozioni, attenua la vergogna, la paura, il senso di fallimento. Ma proprio per questo può diventare una porta d’accesso alla ricaduta, anche dopo lunghi percorsi terapeutici.
La stessa logica vale per i fenomeni nuovi - chemsex, droghe da rave - e per il gioco: comportamenti diversi, ma sempre disinibizione, perdita di controllo e, alla base, una fragilità emotiva profonda.
È per questo che Marco invita a guardare oltre la sostanza. La vera cura, infatti, non passa solo dalla disintossicazione fisica, ma dalla ricostruzione emotiva, relazionale e identitaria. Perché è lì che le dipendenze nascono: nel vuoto, nell’insoddisfazione, nel bisogno di anestetizzare il dolore.
La famiglia: alleata, non spettatrice.
In ogni percorso di cura dalla dipendenza, c’è un protagonista spesso invisibile ma essenziale: la famiglia.
Il punto più importante è uscire dalla logica del salvataggio: «Non può curare, ma può sostenere chi si sta curando.» Chi vive accanto spesso controlla, teme, copre, e nel tentativo di proteggere alimenta senza volerlo la dipendenza.
Il primo passo, difficile, è "chiudere i rubinetti" economici: «Non si può aiutare qualcuno a liberarsi da una dipendenza continuando a fornirgli i mezzi per alimentarla.»
Serve un ruolo fermo ma affettuoso - quella che Marco chiama "amorevole distanza": «Io ci sono, ti voglio bene, ma non posso essere il tuo alibi per non curarti.»
Fondamentale, infine, è non rimanere soli. Le famiglie devono sapere che non è una sconfitta chiedere aiuto, anzi: è il primo vero atto di coraggio e responsabilità. È per questo che la Fondazione Laura e Alberto Genovese ha scelto di offrire percorsi di supporto dedicati proprio a loro, per aiutarle a trasformare il dolore in forza, la confusione in consapevolezza, la rabbia in presenza.
Dopo la riabilitazione: percorsi di mantenimento e rinascita.
Una delle illusioni più comuni, anche tra le famiglie, è che il lavoro finisca con l’uscita dalla comunità. Ma chi ha affrontato una dipendenza lo sa bene: il vero percorso comincia proprio lì. Fuori non ci sono le regole, i ritmi, i contenimenti protettivi della vita comunitaria. Fuori c’è la libertà, ma anche la solitudine. E il rischio concreto della ricaduta.
I gruppi di mantenimento - anche online - sono spazi sicuri con regole chiare, riservati a chi mantiene la sobrietà. Molti restano in contatto per anni: «È diventato un punto di riferimento, un luogo dove ricordarsi chi sono e perché non vogliono tornare indietro.»
Questa continuità ha un valore inestimabile. Non solo per evitare la ricaduta, ma per consolidare nel tempo un’identità nuova, sobria, autonoma, capace di affrontare la vita reale con le sue emozioni, i suoi dolori, le sue sfide. I gruppi post-comunitari sono, a tutti gli effetti, una forma di prevenzione secondaria: tengono viva la consapevolezza e riducono drasticamente il rischio di perdere quanto conquistato con tanta fatica.
Prevenzione e sostegno continuativo.
“C’è troppo poco ascolto. Troppo poco orientamento. Troppa solitudine. Le famiglie arrivano devastate, senza sapere a chi rivolgersi. E a volte bastano 10 minuti al telefono, una voce competente e presente, per cambiare tutto,” racconta Marco.
È per questo che insiste sull’importanza di rafforzare due momenti cruciali nel percorso di cura:
Il prima: intercettare chi è nel buio.
Prevenzione significa soprattutto offrire spazi di ascolto e orientamento per chi non ha ancora trovato il coraggio di chiedere aiuto.
Sportelli informativi, linee telefoniche, chat, gruppi aperti… Tutti strumenti che possono rappresentare la prima mano tesa per una madre disperata, un padre che non sa cosa fare, un giovane che inizia ad avere dubbi su sé stesso. Spazi dove si possa parlare senza giudizio, capire quali sono le opzioni, ricevere un’indicazione concreta.
Il dopo: non lasciare soli.
Uscire da un percorso di riabilitazione senza avere un “dopo” strutturato è come essere lasciati in mezzo al mare dopo aver imparato a nuotare in piscina. Per questo i gruppi post-comunitari, i percorsi di reinserimento, i momenti di confronto devono essere pensati come parte integrante del trattamento.
E anche le famiglie devono continuare il loro percorso: “Mai insieme ai pazienti, sempre separati. Ma sempre presenti,” sottolinea Marco.
Consigli per le famiglie.
Se la dipendenza è appena emersa
Prima di agire d’impulso, la famiglia deve farsi aiutare: anche lei è in crisi e ha bisogno di strumenti. Le domande giuste non sono solo "che sostanza usa", ma: va a scuola o al lavoro? Ha cambiato abitudini? Chiede spesso soldi? Sono i segnali che un professionista sa leggere.
Se va avanti da tempo e nulla funziona
«Non possiamo costringere nessuno a curarsi.» Ma possiamo prepararci: costruire attorno alla persona un contesto che, quando sarà pronta, la sosterrà davvero. A volte servono scelte dure, sempre nella logica dell’amorevole distanza: esserci, senza diventare il bersaglio.
Se la persona non vuole curarsi
Non esistono scorciatoie. Esistono tempi, strategie, e la forza di stare vicini senza farsi risucchiare. La famiglia deve creare le condizioni perché, quando quella persona sarà pronta a chiedere aiuto, sappia dove andare, sappia con chi parlare, sappia di non essere sola.
La dipendenza è una malattia a rischio vita. E chi è dentro non vede il rischio, non sente il pericolo. La famiglia sì, ed è per questo che deve essere guidata da chi ha esperienza.
Per concludere
Consapevolezza e speranza.
C’è un momento preciso, in ogni percorso di guarigione, che segna una svolta. Non è la fine del programma terapeutico, né l’uscita dalla comunità. È il momento in cui una persona riconosce davvero di essere malata, e accetta di curarsi. Una consapevolezza che non si impone, non si forza, ma si costruisce – giorno dopo giorno – nel silenzio, nell’ascolto, nella relazione.
Marco Ameglio lo sa bene: “Quando un paziente raggiunge quella consapevolezza, nasce la gratitudine. Per chi l’ha fermato. Per chi ha tenuto il scacco. Per chi non ha mollato, anche quando sembrava inutile.” E quella gratitudine, spesso, arriva anche nei confronti dei familiari che hanno avuto il coraggio di prendere decisioni difficili. Di amare e accompagnare senza sostituirsi.
La dipendenza è una malattia cronica e recidiva. Non se ne esce con la forza di volontà. Non basta voler bene per salvare qualcuno. Serve tempo, serve struttura, serve una rete. Ma soprattutto, serve smettere di avere vergogna. “Come per il cancro, come per la depressione, anche la dipendenza va riconosciuta come una malattia. Non come un fallimento personale,” sottolinea Marco.

